Le avventure dello gnomo Galileo

Nella foresta ombrosa, dentro il tronco cavo di una vecchia quercia in riva ad uno stagno, viveva lo gnomo Galileo.
Come tutti gli gnomi che si rispettino, la sua casa era pulita e ordinata, il suo letto era fatto di foglie e paglia e il sole lo illuminava, filtrando dalle finestre scavate nella corteccia, in modo che al mattino lui sapesse sempre quando era ora di alzarsi. La sua dispensa era sempre piena di noci, nocciole e formaggio che adorava mangiare sorseggiando l’acquavite del vecchio Greg.
Rispetto agli altri gnomi che conosceva, Galileo aveva un piccolo problema, gli capitava spesso di avere degli attacchi di singhiozzo incontrollabili nei momenti meno opportuni, come quella volta in cui fu preda di un attacco di singhiozzo mentre era in giro per la foresta e per poco non svegliò un grosso serpente al quale si era avvicinato per rubare alcune squame. Sapete com’è, uno gnomo non è molto grande e può diventare facilmente lo spuntino di qualche animale. Comunque sia, lui non si era mai abbattuto per via del suo problema e viveva ogni sua giornata cercando sempre di imparare cose nuove e interessanti.
La sua passione più grande erano le invenzioni ed i macchinari; per intenderci, non era un grande inventore e non aveva mai costruito nulla che funzionasse veramente bene ma lui continuava a studiare e costruire arnesi.

Un bel giorno, come suo solito, Galileo stava gironzolando per la foresta; si era messo in testa di esplorarla in lungo e in largo andando alla scoperta dei luoghi e dei tesori di cui aveva sentito parlare nelle tante leggende che si raccontavano.
La foresta ombrosa era infatti un luogo misterioso, succedevano fatti strani e inspiegabili legati sembra alla presenza di creature e luoghi fuori dal comune. Qualcuno diceva di aver visto alcuni alberi muoversi e parlare, altri erano incappati nei piccoli spiritelli dispettosi, altri ancora erano misteriosamente scomparsi e nessuno aveva più sentito parlare di loro. Forse avevano incontrato il terribile Worgot, uno spirito errante che non lasciava scampo a chiunque incrociava la sua strada.
Durante le esplorazioni, Galileo segnava sulla sua mappa i luoghi interessanti nei quali si imbatteva in modo da sapere sempre come potervi fare ritorno.
Quel giorno, era talmente intento a ritoccare la sua mappa che non fece caso a dove metteva i piedi, scivolò su di un sasso e cadde giù dentro una profonda buca che si aprì sotto di lui all’improvviso. Cadde giù e rotolò sbattendo qua e là su alcune radici che venivano fuori dal terreno.
Tutto indolenzito Galileo si mise in piedi, si guardò intorno e fece il punto della situazione: non riusciva a risalire da dove era caduto e nessuno sapeva dove fosse; in effetti nemmeno lui sapeva dove si trovava ma questo faceva parte delle sue esplorazioni avventurose.

Guardandosi intorno Galileo vide che un pò nascosta dalle foglie e dalle ragnatele, c’era un altra buca che scendeva ancora più giù sprofondando nelle viscere del sottosuolo. Dato che le alternative non erano tante, si convinse che valeva la pena provare a seguire il cunicolo e cosi si addentrò nello stretto passaggio.
Per Galileo il buio non era un problema dato che, come nani e elfi, aveva la capacità di distinguere al buio i corpi caldi e vivi da quelli freddi e inanimati. Da questo punto di vista, nessuna creatura in agguato avrebbe potuto prenderlo di sorpresa.
Il cunicolo scendeva sempre più giù, a volte restringendosi a tal punto che il piccolo gnomo doveva trattenere il respiro per passare. Dopo una discesa che sembrò non finire mai, Galileo cominciò a sentire che la temperatura era scesa e l’aria era più fresca. Concluse che il tunnel terminava all’interno di una caverna.
Trovò per terra una vecchia torcia, la prese e l’accese con la pietra focaia.
Avete mai visto uno gnomo senza qualche attrezzo a portata di mano? Figuriamoci poi Galileo con la sua passione per le invenzioni. Portava sempre con se il suo inseparabile coltello multiuso insieme ad una dozzina di altri oggetti dalla dubbia utilità come lo scaccia insetti portatile, un rumorosissimo arnese che lanciava mini reti per imprigionare temporaneamente gli insetti bersaglio, peccato si inceppasse due volte su tre.
Accesa la torcia, Galileo si addentrò all’interno della caverna.

La grotta era talmente grande che malgrado la luce della torcia il piccolo gnomo non riusciva a vedere né il soffitto né le pareti. Decise che la cosa migliore da fare era seguire una delle pareti che partivano dal tunnel di entrata nella speranza di trovare una seconda uscita.
Dopo un pò che camminava, notò una insolita luce provenire dall’alto al di la di quella che sembrava essere una parete di roccia al centro della caverna. Galileo si avvicinò e notò che la struttura rocciosa, alla luce della torcia, aveva un insolito colore giallo oro ed era composta da rocce spigolose. Apparentemente c’erano abbastanza appigli da rendere facile la scalata e in ogni caso quello era il momento ideale per adoperare i suoi ramponi da scalata, dei grossi scarponi ricoperti di una speciale colla che Galileo ricavava dalla ragnatela dei ragni filatori usata per tenere insieme degli aculei di istrice che agevolavano l’aderenza alle pareti rocciose.
Indossata la sua attrezzatura, Galileo cominciò a salire per vedere da dove provenisse il bagliore.
Dopo poco aver iniziato la sua scalata, una voce risuonò nella caverna “chi è che mi disturba?”. Lì per lì Galileo pensò che la sua immaginazione gli avesse fatto un brutto scherzo, stette immobile per qualche istante ma non sentì nulla.
Riprese la sua scalata.
Improvvisamente la parete cominciò a tremare e Galileo dovette aggrapparsi forte per non cadere giù. Pensò che si trattasse di un terremoto e che di lì a poco tutto sarebbe finito. All’improvviso dal nulla una gigantesca mano artigliata afferrò il minuscolo gnomo e lo sollevò verso l’alto.
In men che non si dica Galileo si trovò davanti alle fauci di un enorme drago. Non stava scalando una parete ma la schiena di una di quelle enormi creature.

Galileo chiuse gli occhi, pensò alla sua casa sullo stagno e aspettò che il drago lo divorasse in un sol boccone.
Non successe nulla. Aprì gli occhi e vide ancora la testa del drago davanti a lui che lo osservava.
Il drago aveva un paio di piccoli occhiali sul naso e lo fissava incuriosito. La sua pelle era del colore dell’oro.
“Io ti conosco” disse il drago, “sei lo gnomo Galileo”. Con queste parole lasciò la presa su Galileo e lo adagiò da qualche parte in alto nella grotta.
Il singhiozzo partì senza controllo ma tanto Galileo era comunque senza parole: un drago dorato dentro una caverna che conosceva il suo nome!
Dopo il primo momento di confusione, la sua natura di gnomo prese il sopravvento e iniziò a fare mille domande: “ic ic chi sei? Ic ic come ic ic fai a conoscermi? Cos’è ic ic questa grotta? Dove ic ic mi trovo?”
Il drago ridacchiò, “sei proprio uno gnomo, su questo non ci sono dubbi. Io sono Gorad il drago, e tu probabilmente mi conosci per via della leggenda del drago pigro.”
Galileo non poteva credere a quello che aveva appena sentito. La leggenda del drago pigro era una delle più antiche tra tutte quelle che aveva sentito fino a quel momento.
Si diceva che un vecchio e saggio drago viveva in una grotta nella foresta ombrosa, ma nessuno lo aveva mai visto.
Si diceva che il drago, di indole buona e pacifica, si fosse ritirato nella foresta per sfuggire ai cacciatori di draghi e dedicarsi allo studio della magia.
Si diceva che quel drago era il più forte e potente tra i draghi e molte delle stranezze che avvenivano nella foresta ombrosa, erano dovute ai suoi esperimenti con la magia.
Questo era quello che si diceva, ora Galileo era in procinto di scoprire quanto ci fosse di vero nella leggenda, sempre che fosse riuscito a tornare sano e salvo a casa; il pensiero di essere divorato dal drago infatti non lo aveva ancora del tutto abbandonato.
“Tu sei quel drago?” chiese Galileo con grande stupore.
“Si”, rispose Gorad, “quando decisi di ritirarmi in questa grotta non pensavo di diventare un drago leggendario, ma così è stato. Negli ultimi 600 anni nessuno era più riuscito ad entrare nella mia caverne, ma dovevo immaginare che prima o poi sarebbe successo di nuovo malgrado le precauzioni che avevo preso. Ebbene signor inventore, che intenzioni hai adesso che hai scoperto la mia caverna?”.
La domanda prese Galileo un pò alla sprovvista, forse dopo tutto il drago non aveva intenzione di mangiarlo sul serio.
“Sono finito qui senza volerlo, camminavo per la foresta, sono caduto in una buca e seguendo uno stretto cunicolo sono arrivato dentro la tua grotta. Non volevo disturbarti ma sto cercando un altra uscita per tornare al mio tronco.”
“Capisco, so che sei uno gnomo buono e leale, se mi prometti di non far parola con nessuno riguardo alla mia grotta, io ti mostrerò l’uscita”.
“Giuro sulla migliore delle mie invenzioni di non dire niente a nessuno. Ma tu come fai a conoscermi?”.
“Con l’aiuto della magia sono in grado di lasciare la mia caverna trasformandomi in altri esseri viventi dall’aspetto meno vistoso. Qualche volta ti ho visto in giro per la foresta mentre volavo sopra gli alberi in forma di aquila e altre volte ti ho seguito durante alcune esplorazioni camuffato da scoiattolo. Ti tengo d’occhio da quando hai segnato sulla tua mappa il luogo dove hai trovato il tronco di cristallo.”
Galileo ricordava bene quel luogo. Durante uno dei suoi giri per la foresta aveva scoperto una radura con al centro un enorme tronco bruciato. Il tronco era alto almeno tre metri e aveva una forma molto particolare che ricordava una grossa creatura che emerge dal terreno. Il tronco probabilmente era stato colpito da un fulmine e per qualche strana ragione la sua resina si era indurita e cristallizzata fornendogli un bell’aspetto lucido e luccicante. Galileo aveva cercato di scheggiare il grosso tronco per portarne un frammento alla sua quercia e studiarlo con attenzione ma non era riuscito nemmeno a scalfirne la superficie. Adesso il drago stava parlando proprio di quel tronco.
“Il tronco bruciato?”, disse Galileo, “cos’ha di speciale quel luogo?”
“Quello è l’ingresso della mia caverna”, disse Gorad. “ho creato un portale magico per poter passare all’interno, basta solo sapere come fare ad attraversarlo.”.
Gorad tacque per qualche istante, poi riprese “Sono abbastanza vecchio da sapere che nulla accade per caso. Se un piccolo gnomo come te è riuscito ad arrivare fin qui, ci deve essere un motivo ben preciso. Ti dirò come fare per entrare e uscire dalla mia caverna e tu potrai venire a trovarmi tutte le volte che vorrai.”
Sentendo queste parole Galileo finalmente si tranquillizzò e cominciò a guardarsi intorno.
Si accorse che la luce era aumentata e adesso era possibile vedere maggiori dettagli della caverna. Le pareti erano piene di scaffali con libri e pergamene. La luce proveniva da una enorme candela posta sullo stesso tavolo in cui si trovava Galileo. Sul tavolo c’era anche un grande libro aperto e molto probabilmente Gorad lo stava leggendo prima di essere interrotto dall’arrivo di Galileo.
“Forse è scritto che io ti incontrassi per imparare ad usare la magia”, disse Galileo con convinzione, “pensi che potrei riuscire a farlo?”.
Soltanto uno gnomo avrebbe potuto formulare una teoria del genere in una situazione come quella, ma questo faceva parte della natura di Galileo, lui affrontava ogni cosa cercandone sempre il lato positivo. La magia gli era subito sembrata un argomento interessante per la situazione in cui si trovava.
“La magia è un arte potente e pericolosa, il suo utilizzo presuppone tanto studio e concentrazione. Non credo che gli gnomi per loro natura siano le creature più adatte ad apprendere la magia, tuttavia dopo tanto tempo qui da solo ho proprio voglia di divertirmi, facciamo una prova.”.
Il drago chiuse gli occhi e un attimo dopo apparve davanti a Galileo una piccola pietra nera sospesa nell’aria. “quella che vedi davanti a te è una pietra della levitazione, se la tieni in mani e riesci a concentrarti a sufficienza su di un oggetto dovresti riuscire a sollevarlo con il pensiero.”
Galileo fece un bel respiro e prese in mano la pietra nera. Decise che avrebbe provato a sollevare un grosso sasso che si trovava a terra ai piedi di Gorad. Chiuse gli occhi e iniziò a concentrarsi. Il vecchio drago intanto assisteva divertito alla scena da dietro i suoi piccoli occhiali.
Passarono diversi minuti senza che nulla accadesse, poi ad un tratto il masso cominciò a sollevarsi. Gorad ora guardava con maggiore attenzione. Malgrado la semplicità dell’incantesimo era comunque singolare che uno gnomo riuscisse ad adoperare una pietra della levitazione.
La pietra ora era a circa un metro da terra.
Ad un tratto, come accadeva ogni volta, Galileo fu vittima di uno dei suoi soliti attacchi di singhiozzo.
Ic ic ic ic.
In men che non si dica la pietra partì sparata e colpì Gorad dritto in testa.
Il drago non sembrò disturbato dal colpo, guardò lo gnomo e poi disse, “Come vedi caro il mio inventore, la concentrazione è alla base del più semplice degli incantesimi.” Con queste parole Gorad fece sparire nel nulla la pietra nera così come era apparsa.
“Devo dire però che mi hai stupito. Pensavo solo di farmi qualche risata con uno gnomo apprendista stregone e invece qualcosa è successo. Per oggi basta così con la magia, forse continueremo un’altra volta.”
Il drago pronunciò alcune parole incomprensibili e subito dopo assunse le sembianze di un grosso lupo. Galileo guardava strabiliato, aveva appena assistito ad un incantesimo di metamorfosi.
Il lupo, Gorad, fece montare in groppa Galileo e si diresse verso il lato est della grotta al di là del tavolo. La luce adesso era molto intensa e non proveniva più dalla candela. Mentre procedevano, Galileo vide che la grotta era straordinariamente grande e articolata.
Arrivarono davanti ad un piccolo specchio d’acqua e lì il lupo finì la sua corsa.
“Immergiti in questa pozza d’acqua e ti ritroverai al tronco di cristallo. Quando vorrai ritornare, mettiti davanti al tronco e pensa intensamente all’acqua di questa pozza, quando vedrai formarsi dei riflessi sulla superficie del tronco il portale sarà aperto e tu potrai attraversarlo. Adesso vai piccolo gnomo, devo riflettere su quello che è accaduto”.
Galileo avrebbe voluto dire e chiedere un mucchio di altre cose ma il lupo era già scappato via e la luce era diminuita. Era rimasto da solo davanti alla pozza d’acqua.
Decise che non era il caso di sfidare ulteriormente la sorte e per quel giorno rinunciò ad ulteriori esplorazioni. Chiuse gli occhi e si tuffò.
Magicamente si ritrovò davanti al tronco e si stupì del fatto che non fosse per niente bagnato. “Magia”, pensò; e si fece una grossa risata.
Mentre tornava al suo tronco, ripensò a quanto era successo ed era felice. Non solo aveva scoperto uno dei luoghi narrati nelle leggende, adesso aveva anche un nuovo amico, il drago Gorad. Pensò a quante cose interessanti avrebbe potuto imparare da un vecchio e saggio drago come lui e arrivato a casa non vide già l’ora di fare ritorno alla caverna del drago pigro.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.