Galileo e i misteri dello stagno

Lo stagno dalle alte canne era abitato da una moltitudine di pesci e insetti diversi. Se si restava fermi ad osservare era possibile vedere le libellule striate che danzavano tra i giunchi di canna immersi nell’acqua e con molta pazienza si poteva intravedere sotto il pelo dell’acqua qualche esemplare di pesce salterello in cerca di moscerini che si esibiva in una delle sue caratteristiche capriole volanti.
Lo stagno prendeva questo nome dalle grossissime canne che vi crescevano all’interno; alcune di esse erano più alte del più alto dei pioppi ed erano sicuramente le più grosse di quella specie. Qualcuno diceva che nello stagno era sepolto un potente artefatto magico ed era quello che conferiva all’acqua delle speciali proprietà di crescita.
Galileo viveva nella sua quercia ormai da tanti anni e lo stagno con i suoi abitanti gli tenevano compagnia. Spesso amava sedersi sulle sue rive, in attesa che la soluzione a qualche complicato problema legato ad una delle sue invenzioni, arrivasse.
Fu così che un bel giorno, mentre cercava di trovare il modo migliore per completare il suo sguscia noci multiplo da tavola, sentì una voce lamentosa provenire da dietro alcune canne. Incuriosito, si avvicinò e vide una ranocchia che piangeva disperata guardando lo stagno.
“Povera me, povera me” andava ripetendo.
Galileo si avvicinò e disse “Ciao mi chiamo Galileo, posso aiutarti? Perché piangi?”
“Ciao, io sono Loris, stavo nuotando nello stagno e ad un certo punto mi sono accorta di aver perso la mia bella collana. Ho cercato e cercato sul fondo ma non riesco a trovarla, deve essere caduta nel fosso profondo, lì in corrispondenza di quel ramo”, e indicò un grosso ramo di quercia che sporgeva in avanti fin sopra all’acqua.
“Non puoi cercare anche dentro questo fosso profondo di cui parli?” disse Galileo con tono tranquillo e rassicurante.
“Il fosso profondo è abitato dal terribile Groc, una creatura spaventosa che farebbe di me un sol boccone. Non posso scendere la sotto, dovrò rinunciare alla mia collana.”.
Galileo non ci pensò un attimo, era la grande occasione che aspettava per finire di costruire il suo scafandro da immersione, una specie di piccolo sommergibile a pedali che almeno stando al suo progetto avrebbe dovuto galleggiare e addirittura immergersi sott’acqua. Aveva iniziato a costruirlo proprio per esplorare il fondo dello stagno alla ricerca del leggendario artefatto, ma era sempre stato occupato in altre faccende.
“Ti aiuterò io.”, disse con orgoglio, “devo solo completare una delle mie invenzioni e il gioco è fatto. Mi servirà l’intero pomeriggio. Domani all’alba dovrei essere pronto. Se vuoi puoi restare con me e tenermi compagnia mentre lavoro.”
“Sei molto gentile, grazie, sarò felice di restare.”

Galileo fece strada e si diresse insieme a Loris all’interno del suo laboratorio.
Il laboratorio si trovava dietro alla quercia ed era ricavato in una rientranza del terreno. Galileo si era preoccupato poi di costruire tetto e porta per tenere i suoi attrezzi all’asciutto. La struttura era perfettamente mimetizzata con l’ambiente circostante, espediente che secondo Galileo avrebbe tenuto lontani gli eventuali curiosi.
Malgrado la moltitudine di attrezzi e macchinari che si trovavano dentro al laboratorio, nell’insieme, tutto risultava comunque in ordine e ben riposto. C’erano carrucole e ganci appese su alcune travi, una piccola fucina per scaldare i metalli, alcuni scaffali appesi alle pareti con libri e ampolle, pinze, martelli e talmente tante altre cose che sarebbe difficile elencarle tutte.
Sparse in giro si potevano vedere molte delle invenzioni del nostro piccolo inventore: trampoli per raccogliere la frutta dagli alberi e oltrepassare i ruscelli, tuta impermeabile per esplorazioni sotto la pioggia, telescopio per osservare le stelle. In in angolo, sospeso con alcune carrucole c’era lo scafandro da immersione.
Galileo andava orgoglioso di quell’invenzione; non era completa ma stava venendo decisamente bene. Immaginate una specie di piccola bicicletta con la sola ruota anteriore composta da pale e un abitacolo ricavato da un grosso guscio d’uovo all’interno del quale era possibile sedersi restando all’asciutto e da dove si comandavano i pedali per le pale ed il timone. L’esterno dello scafandro era in parte ricoperto da spesse squame di pesce che lo rendevano colorato e molto simile ad una grossa creatura marina. Le squame erano attaccate alla struttura, fatta di legno leggero e canne, mediante una speciale sostanza densa e gelatinosa che Galileo aveva utilizzato per rendere il tutto completamente impermeabile all’acqua.
Per completare l’opera mancavano ancora da attaccare delle squame, verificare pedali e timone e spostare lo scafandro fino allo stagno.
Galileo si mise subito all’opera, lavorò per l’intero pomeriggio spiegando minuziosamente a Loris i dettagli della sua invenzione, come ad esempio le ali di libellula utilizzate per dare maggiore visibilità dall’abitacolo. Le ali delle libellule striate avevano infatti la straordinaria proprietà di essere leggere, trasparenti e resistenti all’acqua e se si era fortunati si poteva assistere a qualche tuffo aereo che le libellule facevano per lavarsi o rinfrescarsi.
A pomeriggio inoltrato la sua invenzione era completa e finita.
Per tutto il tempo, Loris era rimasta a guardare ma anche volendo non avrebbe potuto essere di molto aiuto, macchine e ingranaggi erano fuori dalla portata di una piccola rana come lei.
“Perfetto, tutto sembra a posto” disse Galileo stringendo un ultimo bullone. “domani all’alba ci vediamo in riva allo stagno vicino al vecchio salice”.
“OK Galileo non so come ringraziarti, allora a domani, adesso me ne torno in acqua. Dopo un intero pomeriggio all’asciutto ne sento proprio il bisogno”. Con queste parole, Loris torno ad immergersi nello stagno.

L’indomani all’alba, Galileo era pronto con il suo scafandro e stava aspettando Loris. Durante la notte si era reso conto di aver dimenticato alcuni dettagli e aveva lavorato fino a poco prima dell’appuntamento. Adesso però lo scafandro era dotato di due piccole braccia, controllabili dall’interno dell’abitacolo grazie a delle leve, che sarebbero servite per il recupero della collana.
Finalmente Loris arrivò.
I due si sistemarono dentro lo scafandro e chiusero il portello. Galileo cominciò a pedalare, le pale iniziarono a girare e lo scafandro piano piano si staccò dalla riva dello stagno.
Puntò verso il centro lasciandosi la sponda con il vecchio salice alle spalle.
Sorprendentemente lo scafandro galleggiava sul serio. Galileo fece qualche giro in superficie e poi quando fu soddisfatto disse “perfetto, ci siamo. Tieniti pronta Loris, ci immergiamo”, con queste parole tirò una leva e in men che non si dica lo scafandro scomparve nelle acque dello stagno.
“Evviva, funziona a meraviglia”, gridò Galileo mentre si godeva la vista del fondale.
Il fondo dello stagno era pieno di alghe, rocce, melma, pesci e qualche granchio d’acqua dolce. I fusti delle canne alte emergevano dal fondale fangoso e il sole che filtrava dalla superficie creava su di essi mille riflessi quasi che questi sembrassero vivi e in movimento. Galileo sarebbe rimasto a curiosare fino a quando le sue gambe avessero retto, ma in quel momento aveva un compito da portare a termine, fece una brusca virata e diresse lo scafandro verso il fosso profondo.
Il fosso altro non era che un enorme buca sul fondale che scendeva giù a capofitto nelle profondità scure dello stagno. Durante la discesa i due notarono che poco a poco la luce del sole filtrava sempre meno, fin quando si trovarono completamente soli e in silenzio nelle profondità buie del fosso. L’unico rumore che si sentiva era il sordo battere delle pale che giravano dentro l’acqua.
Galileo notò una formazione di rocce proprio davanti a loro e un folto banco di alghe scure e minacciose.
Ad un tratto Loris gridò “eccola, la vedo, la mia collana è laggiù”, indicando in grosso masso alla loro destra.
Quando lo scafandro fu proprio davanti alla collana Galileo azionò le braccia meccaniche e dopo qualche tentativo riuscì a recuperarla.
“Fantastico, possiamo tranquillamente risalire in superficie”, Galileo fece per azionare la leva di risalita e ricomincio a pedalare. Lo scafandro si mosse ma apparentemente non riusciva a risalire.
“Accidenti, ic ic si è bloccata la ic ic leva per la risalita, devo ic ic provare a tirarla fino a raggiungere il ic ic cavo e poi sbloccarla a mano.”
Il singhiozzo come sempre era arrivato nel momento peggiore, l’abitacolo era molto stretto e ogni volta Galileo sbatteva contro il tetto procurandosi dei bei bernoccoli in testa.
“Non preoccuparti ic ic Loris, ci sono quasi, ic ic ancora un po di pazienza”.
Nel frattempo i tonfo secchi delle testate che Galileo dava contro il guscio si propagavano nell’acqua dello stagno e in mezzo alle rocce del fosso profondo. Tump, tump, tump.
“Bene, adesso dovrebbe andare.”, Galileo aveva finito di sistemare il meccanismo di risalita. Loris era immobile e guardava fuori dall’abitacolo.
“Bene Galileo, sono contenta, allora se fosse possibile USCIAMO FUORI DA QUI!”. Gridò Loris con terrore.
Finalmente Galileo capì, davanti a loro, due enormi occhi gialli stavano guardando il curioso oggetto che produceva il rumore sordo: tump, tump, tump. Le testate contro lo scafandro avevano svegliato Groc il predatore.

Improvvisamente i due occhi saltarono fuori dal buio in cui si trovavano seguiti dal resto, un enorme testa di rettile con la bocca spalancata che cercò di addentare lo scafandro. Fortunatamente la struttura resistette al colpo e Groc perse la presa. Allora il mostro nuoto completamente fuori dalla sua tana e Galileo poté vederlo in tutta la sua spaventosa grandezza: era un enorme salamandra maculata. La testa sembrava quella di un serpente ma con il muso schiacciato a macchie nere e bianche. La bocca nascondeva denti affilati ed una lunga lingua biforcuta. Il corpo di Groc era dotato di quattro grosse pinne che usava per nuotare con spaventosa agilità malgrado la sua dimensione. In un istante il mostro scomparve nell’acqua scura.
Galileo azionò la leva e lo scafandro cominciò finalmente la sua risalita. Groc nel frattempo stava nuovamente puntando la sua preda e tentò di nuovo di mordere lo scafo. Anche questa volta non riuscì nell’intento ma con grande terrore Galileo si accorse che questo secondo attacco aveva danneggiato lo scafandro e adesso l’abitacolo cominciava a riempirsi d’acqua.
“Se riesci ad uscire dal fosso profondo siamo salvi, Groc non viene mai allo stagno durante il giorno.” Disse Loris cercando di nascondere la terribile paura. Galileo nel frattempo sentiva già i piedi bagnati.
“Ok, ricevuto, laggiù è da dove siamo arrivati, ancora un piccolo sforzo e poi giocheremo al nostro amico un bello scherzetto”.
Groc stava tornando alla carica per la terza volta; lo scafandro non avrebbe retto ad un terzo attacco. Galileo aspettò che il mostro aprisse le fauci e poi azionò una leva. Lo scafandro partì sparato verso l’alto, mentre il mostro veniva investito da un potente getto d’aria.
“Evviva ha funzionato” esultò Galileo mentre uscivano dal fosso profondo. Voltandosi indietro vide che Groc era rimasto all’imboccatura del fosso e come aveva detto Loris, non accennava ad andare oltre. Evidentemente i suoi occhi non erano abituati al sole che filtrava dentro l’acqua durante il giorno.
“Siamo salvi e abbiamo anche la tua collana” disse soddisfatto Galileo guardando la collana ben stretta in una delle braccia meccaniche.
L’acqua intanto lo aveva sommerso fino al torace. Loris si era già immersa e ovviamente per lei l’acqua non era un problema. Nemmeno Galileo sembrava preoccupato. Quando arrivò alla sponda del vecchio salice stava ormai trattenendo il respiro ed era completamente paonazzo in viso. Aprì il portello e finalmente tornò a respirare.
“Dovrò rivedere il progetto e apportare alcune modifiche. Che disastro, è semi-distrutto.” fu la prima cosa che disse appena mise piede a terra.
“Ecco la tua collana” disse dopo averla recuperata dal braccio in cui era agganciata.
“Non so proprio come ringraziarti, per poco non restavano lì sotto tutti e due.”
“Sciocchezze, sono contento di averti aiutata e intanto ho scoperto pregi e difetti della mia invenzione. Direi che tutto è bene quel che finisce bene. Per chiudere in bellezza, che ne dici di venire a fare uno spuntino nella mia quercia? Ho dei mirtilli freschi e una torta che da troppo tempo aspetta in dispensa l’occasione giusta per essere mangiata”.
Così i nostri amici passarono il resto della mattinata mangiando torta, assaporando i mirtilli e scherzando sui terribili momenti della fantastica avventura che avevano appena vissuto insieme.
“Eri terrorizzata” rideva Galileo.
“E tu allora, guarda quanti bernoccoli hai in testa” replicava l’altra.
Per tutta la mattina lo stagno dalle alte canne fu invaso dalle loro risate. Era nata una nuova amicizia.

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