Quel giorno Galileo si era alzato prima dell’alba e si era subito messo in cammino. Aveva preparato con cura la sua sacca, scelto attentamente gli attrezzi che sarebbero potuti servire e preso pane, formaggio e noci da usare come spuntino. Aveva deciso di seguire un sentiero che aveva scoperto qualche giorno prima e dal quale arrivava un incredibile profumo di funghi.
Il sentiero si addentrava in un fitto gruppo di alberi alti e nodosi. Tutto intorno c’era un silenzio irreale; questa era una delle caratteristiche della foresta ombrosa, bastava fare qualche passo e il paesaggio cambiava alla vista e all’udito; magari un attimo prima c’erano gli uccelli che cantavano e il sole che filtrava dai rami e l’attimo dopo tutto diventava scuro e silenzioso. Galileo era sempre rimasto stupito da questo fenomeno e si era riproposto più volte di parlarne con il saggio Gorad. Un vecchio drago come lui avrebbe certo avuto una buona spiegazione.
Il sentiero si addentrava tra gli alberi in salita sul pendio di una collina. Il profumo di fungo era irresistibile. Dopo un pò che camminava Galileo era quasi ipnotizzato e avanzava passo dopo passo seguendo il profumo. Finalmente, dopo l’ennesima svolta, il sentiero lasciò il posto ad una radura e lì tutto intorno all’ombra degli alberi c’era la più grossa concentrazione di funghi che Galileo avesse mai visto. C’erano funghi bassi e grossi, lunghi e sottili, colorati, a macchie, a strisce, sopra i tronchi e nel terreno. C’erano funghi da per tutto.
Malgrado la scoperta, Galileo si trovò quasi senza pensare a camminare ancora. Si guardava intorno e camminava. Con terrore si rese conto di non avere il controllo delle sue gambe. Ma dove stava andando?
La risposta arrivò da sola quando si trovò davanti ad un enorme fungo alto circa due metri. La corona del fungo era gialla e verde e dal suo interno pendevano dei piccoli filamenti biancastri. Ad un tratto i filamenti cominciarono ad allungarsi e ad avvolgere le braccia e la testa di Galileo.
Galileo pensò di muoversi per provare a liberarsi ma il suo corpo era come assopito, non rispondeva alle azioni che lui pensava di fare. Era rimasto vittima di un fungo ipnotico!
La situazione non era delle più allegre, Galileo era inerte e alla mercé del fungo. I filamenti intanto avevano avvolto completamente lo gnomo e di lì a poco Galileo iniziò a sentire un leggero bruciore diffuso in tutto il corpo. I filamenti rilasciavano infatti un acido urticante e leggermente corrosivo. Era il modo in cui il fungo mangiava le sue prede.
Galileo pensò a lungo a cosa avrebbe potuto fare, ma in quelle condizioni non era proprio in grado di tirarsi fuori da quel guaio. Si convinse allora che il fungo non sarebbe riuscito a mangiarlo e che prima o poi avrebbe lasciato la presa. Dopo un tempo indefinito però anche questa ipotesi cominciò ad allontanarsi, i filamenti lo avevano avvolto completamente e il torpore non accennava a passare. Cosa sarebbe successo?

Quando ormai il bruciore cominciava a diventare insopportabile, Galileo sentì il verso di un cane in lontananza e poco dopo infatti, un piccolo cane nero comparve davanti a lui e cominciò ad abbaiare insistentemente.
“Che succede Rolli, cosa hai trovato? Se anche questa volta stai abbaiando senza motivo stasera andrai a letto senza cena.”. La voce si faceva sempre più forte e vicina.
“Devi imparare a riconoscere…uh cosa abbiamo qui? Ma come hai fatto a metterti in questo pasticcio, povero gnomo.”
La voce era quella di una vecchia signora un pò curva sulla schiena e armata di bastone. La vecchietta armeggiò per qualche minuto con i filamenti del fungo e finalmente Galileo fu libero.
Adesso poteva vedere bene la persona che lo aveva salvato. La vecchina era attrezzata con guanti e maschera probabilmente per non subire l’influenza del fungo. Il cane intanto continuava a saltare e abbaiare intorno al corpo ancora intorpidito di Galileo.
“Ecco qua, bevi un pò di questa e vedrai che starai subito meglio.”.
La vecchietta fece bere a Galileo una sostanza amara e appiccicosa e in effetti dopo poco Galileo cominciò a sentire le gambe e le braccia che si muovevano ai suoi comandi e in men che non si dica era in piedi che ringraziava i suoi salvatori.
“Non so come ringraziarvi, chissà come sarebbe finita senza di voi. Non so proprio cosa mi sia successo, ero lì che camminavo e poi mi sono trovato intrappolato e intorpidito… Oh ma che sbadato, io sono Galileo e voi chi siete?”
La vecchietta stava ridendo divertita, “eh eh caro il mio Galileo, sei incappato in un fungo ipnotico. Bisogna stare attenti quando si va a funghi, non sai mai cosa ti può capitare. Questo e Rolli” disse indicando il cane che adesso scodinzolava allegramente, “io invece sono nonna Ro. Sono stanca di raccogliere funghi per oggi, che ne diresti di una bella zuppa calda? Non capita spesso di incontrare qualcuno e fa piacere scambiare quattro chiacchiere in compagnia”.
Galileo non se lo fece ripetere due volte e così il gruppetto si incamminò piano piano verso la casa di nonna Ro.
Dopo una lunga camminata, durante la quale la vecchia signora spiegò a Galileo i trucchi per raccogliere senza problemi i funghi ipnotici, finalmente arrivarono alla casa della nonna.
La casa era grande abbastanza da contenere un ampio soggiorno, la cucina, la camera da letto ed il bagno. In un angolo del soggiorno, vicino al camino, c’era la cuccia di Rolli, ricavata con alcuni morbido cuscini. Lui amava sdraiarsi accanto al fuoco e godersi il rumore della pioggia nelle serate d’inverno.
Galileo capì subito che la cucina era il regno di nonna Ro. Sul fuoco c’erano un pentolone dal quale saliva un delizioso profumo di zuppa; sul tavolo c’erano una grossa pagnotta di morbido pane scuro, una torta e alcuni biscotti. Le pareti intorno erano piene zeppe di scaffali e mensole contenenti bocce e bottiglie con ogni genere di verdura conservata sott’olio o sotto sale. In un angolo c’erano un grosso forno a legna dal quale, le ceneri ancora calde sprigionavano il caratteristico profumo della legna affumicata.
La nonna intanto si era messa in attività e in pochi istanti aveva già preparato due scodelle, tagliato il pane e preso della pancetta croccante.
“Siediti, piccolo gnomo, non fare complimenti.”
“Certo, grazie, ero solo rimasto stupito da quante cose ci sono in questa cucina. Ma lei vive qui tutta sola?”
Sentendo queste parole Rolli cominciò ad abbaiare, “ah ah ah dammi pure del tu” rise la vecchia, “proprio sola non direi. Rolli mi fa compagnia e poi ci sono Igor e Oliver, lì conoscerai più tardi; intanto mangiamo” e cominciò a servire la zuppa.
Durante il pasto Galileo raccontò del suo stagno e del suo tronco, poi finita la zuppa disse:
“Nonna Ro, i miei complimenti, è la migliore zuppa che io abbia mai mangiato!”
“Sono contento che ti sia piaciuta, adesso vieni, andiamo sul retro.”
Uscirono sul retro della casa in quello che sembrava essere un cortile con intorno un orto pieno zeppo di verdure.
“Fantastico” esclamò Galileo, “ma lo coltivi tutto da sola?”
“Non proprio, Igor e Oliver mi danno una mano. Igor, Oliver venite, abbiamo visite.”
Dopo poco apparve sul ramo di un albero una cornacchia e da sotto un sasso vicino ai piedi di nonna Ro una talpa.
“Ecco” disse nonna Ro, “questo e Igor” indicando la cornacchia, “e quello invece è Oliver. Mi aiutano con l’orto per piantare e raccogliere e si occupano di altre piccole faccende.”.
Galileo era stupefatto, una cornacchia ed una talpa giardinieri erano proprio una cosa curiosa.
“Allora? Avete dimenticato le buone maniere? Non state lì impalati, salutate il nostro nuovo amico, si chiama Galileo”.
“Ciao Galileo” disse Igor con voce gracchiante.
“Ciao” disse Oliver un pò assonnato.
“Forza, adesso andate a raccogliere lamponi, fragole e mirtilli. Voglio preparare per Galileo una delle mie torte speciali.”
Dopo queste parole il corvo e la talpa si misero subito all’opera mentre nonna Ro e Galileo rientrarono in casa.

“É fantastico, hai due giardinieri davvero incredibili. Io invece mi sono costruito degli attrezzi che mi aiutano nella raccolta della frutta sugli alberi, però non ho un orto mio, mi piacerebbe ma non sono capace di coltivarlo e poi sono già troppo impegnato tra esplorazioni e invenzioni.”
Mentre Galileo parlava la nonna aveva acceso il forno e stava già preparando l’impasto della torta. “uhm, forse ho quello che fa per te. Fammi pensare, si ecco, prendi quel barattolo giallo sulla mensola” nonna Ro indicò un grosso barattolo alle spalle di Galileo.
Galileo prese il barattolo e lo aprì; dentro c’erano una gran quantità di semi di forma e colore diversa.
“Prendine un pugno, piantali vicino alla tua casa e innaffiali una volta al mese. Non dovrai più fare altro, solo aspettare.”
“Huau e cosa spunterà da questi semi? “non li ho mai provati ma dovrebbero fare al caso tuo. Poi mi racconterai.”
Nel frattempo Oliver era arrivato con la frutta fresca e la nonna poté così infornare la torta che, una volta dentro, cominciò a sprigionare un profumino delizioso.
Una volta che la torta fu pronta, la nonna la avvolse in un panno di stoffa morbida e la diede a Galileo.
“Ecco, questa è per te, così mangerai qualcosa di speciale per qualche giorno. Adesso sono stanca e vorrei riposare. Stamattina ci siamo alzati presto con Rolli e i miei 101 anni cominciano a sentirsi.”
“Oh si certo, tolgo subito il disturbo. Grazie di tutto, per la torta, i semi e per avermi tolto dal pasticcio di stamattina.”
“Sciocchezze, non devi ringraziarmi. Ormai conosci la strada quindi mi aspetto di vederti arrivare ogni tanto per una visita.”
“Ma certamente nonna Ro, puoi contarci”.
Con queste parole Galileo si incammino verso casa non prima di un ultimo saluto al piccolo Rolli.
Mentre percorreva la strada del ritorno pensò a che strana signora fosse nonna Ro, viveva da sola con alcuni animali a tenerle compagnia, aveva 101 anni ed un’agilità da fare invidia ad un giovane gnomo. Galileo pensò seriamente che nonna Ro non gli avesse raccontato proprio tutto e poi c’erano i semi, chissà cosa sarebbe spuntato?
Con questi pensieri che gli frullavano in testa il nostro gnomo aveva già dimenticato la disavventura del mattino ed era pronto a lanciarsi in una nuova esplorazione tra i misteri della foresta ombrosa.

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