Erano passati parecchi giorni da quando Galileo aveva scoperto per puro caso la grotta del drago pigro tuttavia da allora non era più riuscito ad andare a trovarlo per via dei mille impegni che uno gnomo come lui riusciva a crearsi in una stessa giornata.
Quella mattina quindi decise di non occuparsi di niente e di ritornare alla grotta di Gorad.
In effetti c’era in lui un pizzico di timore nel tornare la dentro, e se il drago avesse cambiato idea e questa volta l’avrebbe veramente mangiato in un sol boccone?
Scacciò questi strani pensieri e si concentrò su tutte le cose interessanti che avrebbe potuto imparare da Gorad, a cominciare dal tronco bruciato che a detta del drago era un portale magico per entrare nella grotta.
Prese come sempre qualche attrezzo più o meno utile, chiuse lo zaino e si incamminò verso la radura del tronco bruciato. Giunse sul posto che il sole non era ancora alto.
Il tronco era lì in mezzo alla radura priva di vegetazione, nero e luccicante come lo ricordava. L’idea che fosse un artefatto magico rendeva il tutto molto più interessante.
Ripensò alle parole di Gorad “pensa intensamente all’acqua di questa pozza”, già, la pozza d’acqua magica che non bagnava i vestiti.
Galileo si concentrò, pensò e ripensò alla pozza d’acqua ma non successe nulla. Eppure le istruzioni del drago sembravano chiare e semplici. Fece un secondo tentativo toccando questa volta con le mani la superficie del tronco. Dopo poco successe qualcosa, la superficie del tronco cominciò a incresparsi quasi fosse fatta d’acqua e la consistenza al tatto cambiò, adesso sembrava quasi gelatinosa e viscida. Galileo capì che il portale era attivo quando vide attraverso il tronco la pozza nella grotta. Sembrava come se stesse guardando attraverso una finestra.
Fece un bel respiro, chiuse gli occhi e oltrepassò il portale.
Splash, si ritrovò dentro la pozza così come il drago gli aveva detto. Anche questa volta, grazie alla magia, i suoi abiti erano completamente asciutti malgrado il tuffo indesiderato.
Galileo cominciò a guardarsi intorno, la caverna era completamente buia tuttavia un bagliore innaturale illuminava la pozza d’acqua. Anche usando la sua capacità di vedere al buio, Galileo non vide nessuno, nemmeno nell’ombra. Apparentemente era da solo. Ricordava però dalla sua prima visita che la grotta era grande ed articolata quindi era necessario esplorare per bene prima di poter dire con certezza che la grotta era vuota.
Vuota. Come faceva poi un drago così grosso a trasformarsi e scomparire era un vero prodigio, ma con la magia di mezzo non c’era da stupirsi.
Galileo accese una torcia e cominciò a esplorare i dintorni della pozza. Sembrava non esserci alcun segno di vegetazione o vita animale. Il soffitto era anche in quel punto talmente alto che non si riusciva a vederlo con precisione.
Continuò la sua esplorazione tenendo a mente il percorso per ritornare alla pozza. Fino a prova contraria, se non avesse incontrato Gorad, quella era l’unica via d’uscita che conosceva
Ad un tratto, mentre camminava, sentì un terribile fruscio ed uno stridio provenire dall’alto, fece appena in tempo a voltarsi per evitare alcuni grossi pipistrelli che quasi gli stavano volando addosso. Si abbassò appena in tempo. Uno dei pipistrelli era talmente grosso che avrebbe tranquillamente potuto sollevare per aria uno gnomo della sua stazza.
Si alzò e riprese a camminare.
Dopo tanto camminare, quando aveva quasi perso la speranza di incontrare il drago, arrivò ai piedi del grande tavolo sopra al quale aveva parlato per la prima volta con Gorad. Del drago non c’era traccia.
Decise quindi di arrampicarsi sul tavolo scalando il grosso piede che aveva davanti. Si ricordava infatti che il tavolo era pieno di libri e altri oggetti interessanti e pensò che Gorad non si sarebbe arrabbiato se avesse curiosato un pò intorno, in fondo il vecchio drago lo aveva invitato ad andarlo a trovare quando voleva.
Tirò fuori dallo zaino il suo arpione a mulinello, lo puntò in alto, prese la mira e lanciò l’arpione con la corda all’estremità.
Seguì un sibilo, ssssssh, e poi un rumore secco con cui l’arpione si conficcò sul piano del tavolo, stttttac!
In pochi minuti lo gnomo si arrampicò sulla corda e si ritrovò sul tavolo.

Così come ricordava, il tavolo era pieno di libri, carte e strane ampolle colorate, alcune delle quali talmente grosse da poter contenere tranquillamente una dozzina di gnomi.
Galileo fu attirato dal libro aperto sul tavolo, era enorme e sembrava riccamente illustrato. Si avvicinò e dette una sbirciatina.
Dalle illustrazioni si intuiva che il libro descriveva in dettaglio delle strane creature dall’aspetto umanoide e con il corpo completamente coperto dalle fiamme. C’erano umanoidi grandi e altri più piccoli e anche esseri dalla forma non troppo definita ma quello che lì accomunava tutti erano le fiamme.
Il testo sembrava molto antico, tuttavia Galileo si sentiva in grado di leggerlo. Una frase particolarmente in evidenza al centro della pagina attirò la sua attenzione e lui senza rendersene conto la lesse ad alta voce.

“Firaga farghentum firoga”

Dal libro si sprigionò un bagliore accecante e subito dopo ne uscì fuori un piccolo essere che dalla forma ricordava la fiamma accesa e scoppiettante di un camino.
Galileo guardava la fiammella con la bocca spalancata e la fiammella era immobile davanti a lui.
“Cosa ho combinato?” Disse Galileo a metà tra paura e stupore.
La fiammella sembrò capire la domanda di Galileo e subito dopo parlò.
“Sono uno spiritello del fuoco, perché mi hai evocato? Comanda ed io ti obbedirò”, disse con una voce stridula e acuta.
“Evocare? Comandare? Io… io… hic, hic, hic…”, il singhiozzo arrivò come sempre nel momento meno opportuno. “non saprei hic hic cosa chiederti e poi hic non avevo intenzione di evocarti hic hic, scusami se ti ho hic hic disturbato…”.
“Mi hai evocato senza motivo? Perfetto, allora sono libero!”.
Con queste parole lo spiritello del fuoco cominciò a muoversi sull’enorme scrivania bruciacchiando al suo passaggio tutto quello che incontrava.
In pochi minuti c’erano almeno 3 incendi sul tavolo: pergamene, libri e rotoli di carta bruciavano e scoppiettavano trasformandosi rapidamente in cenere nera.
Galileo era disperato, cosa avrebbe raccontato al vecchio Gorad? Come avrebbe potuto spiegare quello che era successo?
Lo sconforto durò pochi secondi poi Galileo capì cosa doveva fare.
“Il fuoco si spegne con l’acqua” pensò. Fu allora che vide una grossa ampolla colma di un liquido verdastro e più in la sulla scrivania delle canne cave.
Rapido come un lampo prese una canna, la immerse nel liquido e tirò un profondo respiro con quanto fiato aveva in gola.
Il liquido cominciò a salire lungo la canna e poco dopo, un getto d’acqua verdastra sgorgava da un’estremità della canna.
Galileo diresse il getto verso lo spiritello e… l’avrebbe anche preso se il singhiozzo non gli avesse fatto sbagliare la mira. Riprovò ancora, hic hic, e ancora, hic hic, poi finalmente al quarto tentativo prese in pieno lo spiritello del fuoco che con una fumata nera ed un terribile urlo scomparve nel nulla così come era comparso.
Galileo usò l’acqua che ancora restava per spegnere i fuocherelli ancora accesi, poi, una volta finito, si sedette a terra stanco e avvilito.
Non poteva fare a meno di pensare a cosa sarebbe successo quando Gorad fosse arrivato. Pensò che essere divorati da un drago fosse un bel modo di morire. Si sedette comodo e rimase ad aspettare. Passò talmente tanto tempo che Galileo si addormentò profondamente.

Ad un tratto si svegliò di soprassalto sentendo un forte sbattere d’ali intorno a lui. Si guardò intorno ma non notò nulla di strano. Stava per riaddormentarsi quando finalmente lo vide, Gorad era comparso davanti a lui e lo fissava da dietro i suoi piccoli occhiali.
“Buongiorno signor inventore, aspettavi forse qualcuno?”, ridacchiò Gorad. “Questa mattina la mia escursione è durata più del previsto, per poco rischiavo di farmi scoprire. Ma parliamo di te, finalmente ti sei deciso a tornare a trovarmi”.
“Già, ma forse era meglio se fossi rimasto a casa mia in riva al lago a guardare le libellule”, disse Galileo con voce sconfortata.”
Mentre parlavano, il drago cominciò a muovere il naso qua e la, “cos’è questo odore di fumo?” Chiese a voce alta parlando più a se stesso che non a Galileo.
“Ecco, appunto, è colpa mia, sono stato io. Senza volerlo ho evocato una fiamma parlante leggendo il libro sul tavolo, poi nella speranza di rimediare e mentre lei bruciava i tuoi libri e le tue pergamene, le ho gettato addosso quel liquido verdastro e finalmente l’ho cacciato via”. Fece la sua confessione tutta d’un fiato forse per togliersi il pensiero o forse perché sperava che il drago fosse stato più clemente per questo.
Il drago si guardò intorno, annusando l’aria. “uhm vedo, vedo, quindi stai dicendo che hai letto quel libro che ho lasciato aperto sul tavolo. E dimmi, come hai fatto esattamente a leggere quel libro?”
Galileo non credeva di aver capito bene la domanda ma pensò che raccontare quello che era successo fosse un buon punto di partenza.
“Sono salito sul tavolo così, per dare un’occhiatina in giro. Sono stato attirato dalle illustrazioni colorate che c’erano nel libro, e poi, mentre lo guardavo, le lettere e il testo inizialmente confusi sono diventati chiari e comprensibili e non so per quale motivo ho letto a voce alta una frase particolarmente curiosa, poi è successo tutto rapidamente, il mostro è saltato fuori dal libro e ha combinato il disastro che vedi”.
“Quindi hai letto il libro, così, semplicemente perché il testo ti era chiaro e comprensibile?” Disse Gorad che non sembrava per nulla preoccupato dei danni causati dallo spiritello.
“Si”, rispose Galileo, “quindi non sei arrabbiato con me?”, disse titubante.
“In effetti dovrei, anche perché hai fatto più danni tu con la opzione che hai sparso in giro che lo spiritello con le sue fiamme”, disse ridacchiando il drago.
Galileo si guardò intorno e vide che il liquido verdastro, la pozione, aveva bagnato praticamente ogni cosa e uno strano sibilo proveniva da tutti gli oggetti bagnati. Guardando meglio, si accorse che la pozione stava corrodendo legno e carta.
“Ma cosa c’era dentro quell’ampolla?”, disse con tono più curioso che preoccupato.
“Era una pozione di velocità. Serve per accelerare le azioni e i movimenti. Ha solo il difetto di accelerare anche il processo di invecchiamento di alcuni materiali come carta e legno”.
“Ooh stupefacente”, rispose , cercando di non pensare al fatto che aveva distrutto gran parte degli oggetti sul tavolo.
“Ma torniamo al punto”, disse Gorad, “sei riuscito a leggere un libro di incantesimi senza il minimo sforzo e la prima volta che ci siamo incontrati hai usato una pietra della levitazione. Tu, caro il mio Galileo, hai qualcosa di speciale. A dispetto della tua natura di gnomo, sei in grado di usare la magia. Dobbiamo solo scoprire fino a che punto e fare in modo che questo dono non possa farti del male o essere un pericolo per ciò che ti circonda.”
Immaginate lo stupore di Galileo. Lui adorava studiare e leggere i libri, ma un libro di incantesimi era una cosa che andava al di la della sua immaginazione. “Quando potrò leggerlo tutto? Quali altre magie potrò imparare? Si possono solo evocare creature?”, Galileo ormai era partito con la fantasia e si vedeva già come un grande mago che conosceva a memoria dozzine di incantesimi.
“Al tempo mio piccolo amico, al tempo”, disse Gorad, “per il momento devo studiare a fondo la questione. Tornatene a casa e stai tranquillo. Verrò a trovarti molto presto”.
Galileo non fece in tempo ad aprire bocca che già il drago aveva lanciato un incantesimo, una folata di vento avvolse tutto intorno lo gnomo e lui si ritrovò in piedi davanti allo stagno dalle alte canne.
Una voce, quasi un bisbiglio, gli sussurrò all’orecchio “ci rivedremo presto caro il mio inventore”. Era la voce di Gorad!
Galileo sorrise tra se e se ed entrò in casa a prepararsi un bel pranzetto.

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