Galileo e i semi polifrutto

Quel giorno Galileo aveva deciso che era giunto il momento di piantare i semi donati in regalo da nonna Ro la prima volta che si erano conosciuti.
Era passato molto tempo da quell’escursione sul sentiero dei funghi ma chissà perchè, quei semi erano finiti in una tasca del suo zaino e stranamente lui se ne era completamente dimenticato.
La sera prima mettendo ordine fra le sue cose, finalmente si era accorto di un rigonfiamento all’interno dello zaino e così aveva ritrovato il sacchetto con i misteriosi semi.
“Chissà cosa spunterà se li pianto?” aveva pensato guardando il sacchetto. La sua mente non potè non tornare all’orto di nonna Ro curato da Igor e Oliver, il corvo e la talpa.
Felice di aver ritrovato quei misteriosi semi era andato a letto e si era riproposto che l’indomani stesso li avrebbe piantati per vedere cosa succedeva.
La mattina seguente, con il sole ancora basso, il nostro piccolo amico aveva preso pala, piccone e zappa e si era messo a ripulire un piccolo quadrato di terra accanto al suo tronco.
Aveva scelto un punto vicino allo stagno così in seguito non avrebbe avuto problemi per portare l’acqua alle piante.
Cominciò col ripulire il terreno dalle erbacce e dai sassi, poi zappò e rivangò il terreno ed infine tracciò dei solchi. Finalmente dopo qualche ora, il terreno era pronto, non restava che seminare.
Prese il sacchetto di semi e cominciò a seminarne alcuni in una piccola buca, la ricoprì, si sposto avanti e ripeté l’operazione andando avanti con il primo solco e poi così anche con gli altri.
Galileo si asciugò la fronte e guardò soddisfatto il suo lavoro. Non restava che innaffiare.
Prese un secchio e cominciò a fare alcuni viaggi dallo stagno. In men che non si dica aveva innaffiato l’intero orto. Adesso non c’era che da aspettare.

Raccolse gli attrezzi e andò verso il laboratorio per riporli al loro posto. Mentre camminava fantasticava sul favoloso raccolto che avrebbe avuto e di come si sarebbe potuto vantare con gli altri gnomi. Chissà la faccia del vecchi Greg quando avrebbe visto il fantastico raccolto di Galileo.
Ma di che raccolto si trattava? Cominciò a riflettere seriamente sul fatto che non aveva la minima idea di cosa avesse piantato. Sapeva solo che nonna Ro gli aveva detto che quei semi facevano “al caso suo”.
Stava già ritornando sui suoi passi quando vide in lontananza delle piante che spuntavano dal terreno proprio lì dove aveva seminato i suoi semi. Allungò il passo e giunse rapidamente davanti al suo orto. Tutte le piante erano già cresciute e degli strani frutti pendevano dai rami. A prima vista sembravano dei grossi limoni perfettamente rotondi e di colore giallo paglierino.
Galileo guardava stupefatto, in poche minuti l’orto era diventato verde e rigoglioso e aveva già i primi frutti!
“Spero di non aver piantato l’intero orto con dei limoni, non sembrano neanche buoni, hanno uno strano colore”.
Non appena pronunciò la parola “limoni”, i frutti della pianta a lui più vicina cominciarono a pulsare e dopo poco con uno “sbop” spuntarono dei bei limoni gialli e profumati.
“Accidenti, sono veramente dei limoni. Chissà se in mezzo ci sono almeno delle mele o delle pere?”
In men che non si dica, “sbop”, “sbop”, da una pianta pendevano delle belle mele rosse e da un altra delle grosse pere verdi e lisce.
Galileo capì!
“Ma è fantastico! Io dico il nome di un frutto e magicamente questo compare sulle piante, chissà se funziona anche con le verdure?
Zucchine!” Gridò ad alta voce. “sbop”. Non si girò nemmeno a guardare.
Patate, carote, cipolle!
Seguirono tre “sbop” uno dopo l’altro e naturalmente da ogni pianta pendevano le verdure che Galileo aveva nominato.
Guardò attentamente l’orto e vide che in tutto erano spuntate dieci grosse piante. Da quattro di esse pendevano ancora gli strani frutti gialli.
Galileo pensò e ripensò e alla fine gridò ad alta voce banane, rape e tartufi.
Guardò soddisfatto il suo raccolto. Restava ancora una pianta ma era molto indeciso, per cui rimandò la scelta ad un altro momento.
Portò in casa l’occorrente per una zuppa di tartufi e rape rosse e pensò di invitare la rana Loris per il pranzo.
Andò nei pressi dello stagno dalle alte canne e chiamò forte “Loris”!
La rana fece capolino da dietro una grossa canna e nuoto rapidamente a riva. Con un salto fu ai piedi di Galileo.
“Ciao Galileo, che succede? Come mai tanto entusiasmo?”
Galileo rise divertito, “ho una sorpresa da farti vedere e poi volevo invitarti a pranzo, sto preparando una zuppa speciale, tartufi!”
“Quando sei andato a raccoglierli? Hai scoperto un nuovo posto?”
“eh eh, seguimi”
Galileo condusse Loris al suo nuovo orto. Inutile descrivere lo stupore della ranocchia quando vide le strane e rigogliose piante che erano spuntate.
“Tartufi e patate sugli alberi? Credevo crescessero soltanto sotto terra?”
“Beh si, fino a un’ora fa lo pensavo anche io, ma questi sono dei semi speciali. Sono un regalo di nonna Ro.”
“La vecchia signora che vive nel bosco?”, esclamò Loris.
“Si proprio lei, ma tu come fai a conoscerla?”
“Non l’ho mai vista personalmente, ma conosco il suo corvo, Igor, che spesso viene qui a bere allo stagno. Oh guarda, è quelli che strani frutti sono? Non lì ho mai visti prima.”
Loris indicò la pianta che Galileo aveva lasciato per ultima, quella con ancora gli strani frutti gialli.
“Oh no”, disse Galileo, “questa non è ancora matura, l’ho lasciata per ultima perché ero indeciso su cosa far spuntare. Volevo pensarci un pò su.”
“Ti conviene fare in fretta a decidere, i frutti stanno andando a male”
In effetti, guardando meglio, Galileo vide che i frutti si stavano rapidamente annerendo, come se cominciassero a marcire.
“Hai proprio ragione. Vorrà dire che sceglierò i cavoli.”
Passò qualche minuto ma nessuno “sbop” si udì come era successo per le altre piante. I frutti diventavano sempre più scuri ma per il resto non accadeva nient’altro.
“Proprio strano.” Esclamò Galileo. “per gli altri frutti è stato rapido e facile. Pazienza, vorrà dire che lì lascerò marcire.

Con queste parole, Galileo e Loris entrarono in casa e si occuparono della zuppa di tartufi. Era venuta densa e profumata e gli aromi del bosco usati da Galileo fecero il resto. Era la zuppa più buona che i due avessero mai mangiato, il pane croccante si ammorbidiva nel brodo e l’aroma del tartufo rendeva ogni boccone ancora più delizioso.
Finito il pranzo, andarono nuovamente nell’orto per raccogliere un pò di frutta fresca e completare così il loro pranzo.
Quello che videro lì lasciò senza parole.
I frutti della decima pianta invece che marcire erano diventate della bocche fameliche e stavano divorando le piante vicine.
Da ogni bocca spuntavano piccoli denti bianchi e aguzzi, all’esterno era cresciuta una strana peluria nera e l’interno era di colore rosso scuro.
“Cosa sono quelle?” Esclamò Loris mentre una delle bocche divorava l’albero con le banane.
“Hic hic non lo hic so!” Singhiozzò Galileo mentre altre due bocche stavano rosicchiando mele e zucchine.
“Hic hic cosa facciamo adesso?”
Non era facile pensare con il singhiozzo che gli frastornava il cervello e con le bocche malefiche che stavano distruggendo rapidamente il suo meraviglioso orto.
Galileo corse al laboratorio e ritornò dopo poco con uno strano arnese; era una specie di sega montata però su due prolungamenti delle braccia e azionata grazie ad una manovella che Galileo stava facendo ruotare. La manovella era collegata con funi e ingranaggi alle due braccia della sega. Inutile dire che quella era un’altra delle sue invenzioni.
“Sta lontana Loris, cercherò di tagliare i rami più grossi” urlò Galileo mentre andava a piazzarsi proprio davanti all’albero.
Le due seghe cominciarono a tagliare i rami più piccoli ma per tutta risposta, alcune bocche iniziarono a mordere ripetutamente e in più punti le braccia della sega.
La sega riusciva a tagliare rami e foglie ma le bocche sembravano particolarmente resistenti. La strana peluria che le ricopriva formava una specie di spessa corteccia che la sega non riusciva minimamente a scalfire.
Dopo pochi istanti, tutte le bocche della pianta erano rivolte in direzione di Galileo. Il misterioso albero stava rispondendo all’attacco dello gnomo e per quello che lui poteva vedere, stava anche avendo la meglio. Le braccia della sega erano praticamente immobilizzate e Galileo dovette abbandonare il suo strumento in balia di quella strana creatura. Le bocche non tardarono a trovare i punti più deboli delle due braccia meccaniche e mordendo e stringendo le fauci, fracassarono l’invenzione di Galileo facendola ricadere a terra in mille pezzi.
Guardando più attentamente, Galileo ebbe l’impressione che la strana pianta fosse cresciuta nelle dimensioni ma non avrebbe saputo dire se questo era vero o se era solo frutto della sua immaginazione.
Nel frattempo Loris era scomparsa. Probabilmente era ritornata al suo stagno per evitare guai. In ogni caso quella non era una situazione in cui una ranocchia poteva dimostrare il suo valore.
Galileo fu sicuro che la pianta stava crescendo quando decine di robuste liane cominciarono a uscire dai rami afferrando e stritolando le piante vicine. Era sicuro che fino a qualche istante prima la pianta non avesse nessuna liana penzolante.
Le liane si allungarono fino a raggiungere gli alberi che erano rimasti fuori dalla portata delle bocche. Avvolgendosi tutte intorno ai rami sradicarono le piante e le portarono a tiro delle bocche che completarono l’opera divorando quasi tutto.
Del favoloso orto di Galileo non c’era più traccia. Al suo posto restava soltanto la terribile pianta divoratrice!
Galileo si allontanò sconsolato.
“Speriamo solo che non continui a crescere altrimenti arriverà a tiro anche della mia casa tronco”, pensò tra se e se Galileo mentre cercava un modo per liberare il suo giardino da quella terribile creatura.
“Galileo, Galileo, non temere, stiamo arrivando”
Galileo guardò in alto e vide Loris che arrivava in planata in groppa a Igor la cornacchia.
“Tra poco sarà tutto finito” gracchiò Igor. “Oliver dovrebbe essere quasi arrivato”, continuò. Loris intanto era saltata a terrà.
“Quando ti ho visto bloccato da quelle terribili bocche e dai rami o pensato che il mio amico Igor avrebbe potuto aiutarti. Dopotutto i semi erano un regalo di nonna Ro giusto?
Mentre Loris raccontava della sua intuizione a Galileo, le bocche della pianta divoratrice cominciarono rapidamente a marcire e in pochi istanti della stessa pianta non rimase che qualche ramo secco.
Dopo poco, da sotto terrà comparve Oliver la talpa. “missione compiuta” disse soddisfatto con il suo tono di voce pacato e avvicinatosi a Galileo continuò “non c’è da scherzare con i semi polifrutto di Gughinamipalumi. Non si lascia mai sviluppare una pianta divoratrice se non sai bene come coltivare le tue piante.”
Galileo non capiva. “io ho solo piantato i semi” disse un pó tra il seccato ed il confuso.
“devi sapere”, spiegò la talpa, “che le piante polifrutto nate dai semi che hai piantato, tendono a svilupparsi molto rapidamente una volta che ne hai scelto la loro forma definitiva. Per equilibrare questo tipo di crescita smisurata, generalmente si fanno crescere anche delle piante divoratrici che nutrendosi delle piante stesse mantengono la dimensione delle piante a livelli accettabili e non pericolosi. Una piantagione di quei semi lasciata crescere senza controllo riuscirebbe a ricoprire rapidamente gran parte della foresta ombrosa.
Nel tuo caso la pianta divoratrice era molto più grande del tuo orto e non trovando abbastanza nutrimento avrebbe cominciato a nutrirsi di qualunque altra cosa a portata delle sue fauci. Per fortuna, basta tagliare la radice principale che cresce sottoterra in prossimità del tronco e in pochi istanti la pianta muore come hai potuto vedere tu stesso con i tuoi occhi.”
Galileo stette a sentire la spiegazione di Oliver come uno studente che ascolta il suo maestro e alla fine esclamò “fantastico! Come faccio adesso ad avere dei nuovi semi? Nonna Ro non mi aveva dato questo tipo di spiegazioni e adesso il mio orto è andato perduto. Mi piacerebbe poter riprovare.”
“Amico mio” gracchiò Igor, “nonna Ro non avrebbe dovuto darti quelle sementi così alla leggera e comunque quei particolari semi magici si trovano solo nel campo della Luna di Gughinamipalumi. Non pensò proprio che ti capiterà di andare in quel posto e avere la fortuna di tornare indietro sano e salvo e con dei semi polifrutto per ricordo. Ad ogni modo tutto e bene quel che finisce bene, è il momento di tornare da nonna Ro. Salta su Oliver.”
Con queste ultime parole, il corvo spiccò il volo e la talpa, con un rapido salto, si attaccò alle sue zampe.
“Arrivederci amici” salutarono le due misteriose creature.
“A voi” disse Loris “e grazie per il prezioso aiuto” aggiunse.
“Si, grazie molte” disse Galileo preso un pò alla sprovvista dopo che la sua mente stava già fantasticando su quello strano posto di cui avevano parlato i suoi amici: Gughinamipalumi.
“Salutatemi nonna Ro e grazie ancora” aggiunse.
“E adesso che ne sarà del tuo orto?” Chiese Loris.
“Per il momento direi proprio che ho chiuso, d’altra parte non sono portato per la coltivazione delle piante e speravo tanto in quei semi. C’è di buono però che avevo raccolto abbastanza tartufi per almeno altre tre zuppe” e con queste parole scoppiò a ridere seguito dalla sua amica Loris.

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